La Via dell’Acqua e del Pane

La ruga—la via “Monacella”—era ed è una delle strade che portavano alla fonte a Ranghia, unica per vicinanza al paese e, per lunghi anni, indispensabile per dissetarsi e riempire “barilli e bumbulelli”. Da lì si aprivano i cammini verso le contrade: a Runcatina, Timpanari, Iemallo,Rodinì e Campolico—terre che non erano solo nomi, ma lavoro, stagioni, pane, amore.

Rodinì era terra d’ulivi: alberi forti, radicati, che stringono la collina e la tengono ferma. Lì si imparava la pazienza: la potatura giusta, l’occhio sul cielo, l’attesa dell’olio buono. Campolico, invece, era la distesa del grano: pianura aperta, zappa e piccone, e—dove la terra lo permetteva—l’aratro con i buoi. Ogni zona aveva il suo odore: a Rodinì quello amaro e verde delle foglie d’ulivo; a Campolico quello delle stoppie, della paglia scaldata dal sole, del vento che passa basso e porta via la polvere.

C’erano, poi, i passaggi delle persone—quelli che non erano solo transiti, ma presenze. E tra queste presenze, ricordo Pietro, uomo di grande valore: lavoratore vero, mani possenti, palmi larghi e induriti come corteccia, dita segnate dal ferro degli attrezzi e dalla corda che stringe, tira, lega. Proprietario terriero, sì, ma senza superbia: la sua ricchezza stava più nel modo di stare in piedi che nelle zolle che possedeva.2

Quando lo vedevi arrivare lungo la ruga, lo annunciava prima di lui il suono: lo scalpiccio paziente dell’asino sulle pietre, il tintinnio lieve dei finimenti, e quel respiro caldo e regolare che pareva tenere il passo del mondo. L’asino portava, come si portano le cose importanti, il peso giusto: non la fretta, non la vanità, ma la necessità. E accanto, o sopra la sella, la vertula—sempre piena, sempre pronta—piena di ogni ben di Dio. «Vai, beddu meu… vai pianu, ca ’a via è longa.»

Alla fonte faceva sempre lo stesso gesto—un gesto che mi è rimasto negli occhi. Allentava le cinghie con calma, lasciava bere l’asino per primo, come si fa con chi ti porta il carico e non si lamenta. Poi si chinava, sciacquava le mani, e guardava l’acqua come si guarda una cosa sacra. Parlava poco, ma quando parlava non c’era bisogno di alzare la voce: bastava il tono, quel tono fermo di chi ha imparato che la giornata non si vince con le parole, ma con la schiena. «Bon jornu, compare… e bona fatìga.»

E poi ci sono le mattine che restano addosso più delle parole. Nel mese di aprile, quando le donne si recavano a zappettare il grano, a togliere le erbaccie, a “pulire” il campo con quella pazienza minuta che non fa rumore eppure regge una casa, la ruga si svegliava in un altro modo.

Partivano presto, quando la luce era ancora incerta e l’aria pungeva appena. Le vedevi scendere a piccoli gruppi: fazzoletto stretto sui capelli, grembiule già legato, la zappetta in mano; e poi la bumbulella portata in testa—ferma come una corona di necessità—e sul fianco, legato con cura, u sarvettu cu mangiari.3

Nei campi di Campolico il grano era giovane e vivo, tenero ma già ostinato. Il verde non era uguale dappertutto: cambiava a strisce, a macchie, secondo la terra, l’acqua, il vento. E in mezzo a quel verde spuntava l’intrusa: l’erba cattiva, la gramigna, le piantine che rubano forza—le erbaccie che, se non le togli, si mangiano il raccolto. Il lavoro era questo: chinarsi, cercare, strappare, zappettare piano vicino agli steli per non ferire il grano.

Ricordo il suono: non un fragore, ma un tic-tac di ferri leggeri sulla zolla, un fruscio di foglie smosse, e il respiro delle donne che si accordava senza volerlo. A volte non parlavano affatto: si capivano con un’occhiata, con un cenno del mento. Ma poi arrivava il canto.

Non era un canto “da palco”. Era un canto nato per reggere la schiena, per dare il passo alle mani, per far durare la fatica un po’ di più: stornelli calabresi che si alzavano tra le file del grano come rondini—brevi, vivi, e subito raccolti da un’altra voce. Una iniziava, un’altra rispondeva; e, mentre le zappe continuavano, il campo sembrava meno campo e più comunità.4

«Granu meu, granu d’oru e di suli, / caccia l’erbaccia e torna cu’ l’alluni.»

«Oi simenza, nun ti fari ’nfamari, / ca ’na mamma ti guarda ppe’ mangiari.»

«Zappa ‘na vota, zappa e poi canta, / ca ’a vita è amara ma ’a vuci l’addolcisci tanta.»

«Passa lu ventu e ’a spiga si ‘nchjina, / resta la forza d’ogni fimmina.»

Io, bambino, restavo colpito da quella cosa: che si potesse lavorare e cantare insieme, che si potesse fare fatica e, nello stesso tempo, non farsi schiacciare. Era come se il canto fosse un modo per dire: “Sì, la giornata è dura, ma non ci prendi l’anima.” E ancora oggi, se penso a quelle terre, non sento solo il rumore della zappa: sento soprattutto quel coro sottile che teneva in piedi il giorno.

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