Nascere ai piedi dell’Aspromonte

Sono nato in un paesino alle pendici dell’Aspromonte, secondo genito e unico maschio di una famiglia di boscaioli e carbonai. Scuro di pelle, capelli neri e ricci fino all’età di sei anni, nella ruga ero definito da tutti «nu terramotu»: non per cattiveria, ma perché ero energia pura, irrequieta e curiosa, come può esserlo un bambino cresciuto tra pietra, vento e bosco.1

La ruga, alla fine degli anni Cinquanta, era un mondo intero: case umili, poche stanze, comodità essenziali; famiglie numerose; vite incrociate in una vicinanza che oggi sembra lontanissima. In quel microcosmo tutti sapevano i fatti di tutti: non sempre per giudicare, spesso per aiutare, e quasi sempre per condividere la stessa sorte.

Nella via dove abitavo c’erano molti ragazzi e ragazze della mia età. La ruga, per noi, non era solo passaggio: era campo da gioco, teatro, scuola di coraggio e di allegria. I nostri giochi avevano nomi che ancora oggi mi suonano in testa come una filastrocca: a Carrozza, u giagoff, u campanaru. Bastava poco per cominciare: un grido, un segno sul selciato, una risata che accendeva le altre, e già il vicolo diventava mondo.

A Carrozza era la nostra “macchina” fatta in casa: un mezzo di locomozione povero ma geniale, costruito con quattro cuscinetti come ruote e una tavola sopra per potersi sedere. Ci salivi e già ti sentivi grande. Uno spingeva, uno “guidava” a modo suo, e gli altri correvano accanto, pronti a prendere il posto appena si liberava. Bastava una discesa leggera e la carrozza scappava via veloce: ginocchia piegate, mani aggrappate al legno, e il fiato corto che diventava felicità.

U giagoff era un gioco più rischioso, perché aveva dentro la sfida e un po’ di incoscienza. C’era una mazza, un pezzo di legno lungo circa cinquanta centimetri, e poi un altro legnetto più piccolo, una decina di centimetri, con due punte. Lo mettevi a terra, colpivi una delle punte con la mazza per farlo scattare in aria—un salto secco—e in quell’attimo dovevi centrarlo al volo e mandarlo il più lontano possibile. Era un gesto rapido e preciso: chi lo sapeva fare bene sembrava un campione. Ma non sempre andava come doveva. A volte il legnetto schizzava storto, prendeva una traiettoria cattiva e finiva dove non doveva finire: parecchie volte rompivamo anche i vetri delle finestre, e allora scappavamo con il cuore in gola, ridendo e tremando insieme, perché in paese la paura e il gioco si tenevano per mano.

U campanaru era più silenzioso e più “serio”: un rettangolo disegnato per terra, diviso in quadrati—il numero cambiava a seconda di quello che si decideva. Si stabiliva il percorso e poi bisognava saltare i quadrati con un solo piede, senza perdere l’equilibrio, senza pestare le righe, senza sbagliare l’ordine. Lì non vinceva la forza: vinceva chi aveva pazienza, gamba ferma e testa lucida. Si correva, si rideva, si litigava per un attimo e subito si faceva pace: perché in un paese piccolo il gioco non finisce mai davvero, cambia solo turno.E quando il sole calava e l’aria diventava più buona, arrivava il momento che ricordo con una tenerezza particolare: le mamme che si sedevano sui gradini, nel tardo pomeriggio. In quel periodo non c’era televisione: non c’erano schermi a rubare le facce e a chiudere le porte. C’erano le persone, e bastavano. Le donne si riunivano a piccoli gruppi, con il “sarvettu” addosso e le mani ancora piene di giornata, e si raccontavano il mondo come lo sapevano fare loro: con dettagli concreti, con sospiri, con sorrisi improvvisi. Dicevano di quello che avevano fatto: il pane, i panni, l’acqua, i bambini, le faccende; e in quelle parole non c’era solo cronaca—c’era un modo di stare insieme, di alleggerire la fatica dividendola. A un certo punto arrivavano i richiami dalle porte, secchi e affettuosi insieme: «Ntoni, veni cca! Basta jocari, è tardu!»

E tu capivi che la sera non era riposo: era un altro pezzo di lavoro. Qualcuno si alzava di scatto, quasi chiamato da un dovere che non aspetta, e diceva:«Vadu nto catoiu…»e già la vedevi sparire dentro una stanza bassa, dove si andava a tessere o a sistemare, a rimettere ordine alle cose, come se anche il silenzio dovesse essere “preparato”. Un’altra, con la stessa naturalezza, annunciava:

«Vaju a portare da mangiare u porcu… e poi â gallini.» e via, verso la stalla o il recinto, perché prima di chiudere la giornata bisognava pensare anche agli animali, che erano parte della casa quanto il tavolo e il letto.

Noi bambini restavamo lì, ancora caldi di giochi, con la polvere addosso e la voce in gola, a guardare quel movimento continuo: una ruga che non si spegneva mai del tutto. E mi sembra ancora di sentire il rumore delle sedie trascinate, il richiamo di una madre davanti alla porta e poi il vicolo che lentamente si faceva più quieto, come se anche lui—alla fine—si mettesse a riposare.

L’alba era una sinfonia di suoni: cani che abbaiavano, galli che cantavano, asini che ragliavano, rospi che gracidavano, bambini che piangevano, uomini che tossivano e gridavano di primo mattino: «fai prestu menti su tozzu i pani e nu quartu i vinu ntà vertula che è tardi»

E insieme ai suoni arrivavano i profumi: il caffè, il pane appena sfornato, lo sterco fumante degli asini, i pipi rrustuti e i peperoni fritti. Su tutto questo, la voce di mia madre—forte, imperativa e piena d’amore—che mi richiamava alla scuola: «Ntoni, arzati che è tardi»

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