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L’ALBERO E IL COGNOME
Costruire un albero genealogico, quando lo fai sul serio, è come entrare in un bosco fitto: all’inizio vedi solo tronchi, ombre e sentieri che si perdono. La difficoltà non è nel disegnare i rami, ma nel riconoscere i nomi, gli omonimi, le grafie che cambiano, le date scritte in fretta, le parole lasciate a metà.
Lo dico anche per esperienza “pratica”: ho lavorato nell’ ufficio anagrafe - del Comune di Sant’Agata del Bianco - dal 1981 al 1993. Eppure, quando la ricerca riguarda la propria famiglia, le certezze si assottigliano: non sei più un impiegato che controlla un registro, diventi un figlio che cerca una traccia.
Il primo passo me lo diede un amico e compagno di scuola. Ricordo ancora il suo modo semplice di dire le cose, come se stesse indicando una strada: «Parti da un atto sicuro. Uno solo. E poi vai a ritroso.» Quello “spunto” fu anche un punto di partenza, e da lì cominciò la mia avventura.
Scorrendo gli atti di nascita e di stato civile - dello stato civile napoleonico, a quello della restaurazione, fino allo stato civile italiano - ho visto una cosa con chiarezza: il cognome originario dei miei antenati è ZOCCALLI. La provenienza è il Comune di Santo Stefano (RC), e la grafia è quella, netta, ripetuta, “certa”, quando la mano dell’ufficiale scriveva senza esitazioni.
In quella fase di ricerca ho notato anche quanto fosse numerosa la famiglia Zoccalli nel paese e come, attraverso i matrimoni, si sia intrecciata con molte altre famiglie: Fava, Buda, Romeo, Zimbalatti, Crea, Priolo, Scarfone, Poeta, Malara, Zirilli, Bagnato, Surace, Schiavone e anche Musolino. A volte bastava un matrimonio per cambiare un equilibrio: una casa si spostava di contrada, un pezzo di terra passava di mano, un soprannome diventava quasi un cognome.
Più ricostruivo, più mi sembrava che gli Zoccalli del paese avessero una radice comune. Lo vedevo anche nei nomi che tornavano, quasi come un ritornello: Michele, Antonio, Rocco, Carmine; e poi Annamaria, Filomena, Rosa, Fortunata; Vincenzo, Giuseppe, Domenica, Giovanni. A questi si aggiungevano, spesso, i nomi dei genitori delle mogli: un modo per “tenere” dentro la famiglia un ricordo, un legame, un rispetto.
Ci sono altre cose che, nei registri, fanno male perché sono fredde eppure parlano chiaro: parecchi matrimoni tra primi cugini; molte morti infantili (da tre giorni a pochi mesi); età di procreazione che arriva anche a cinquant’anni. I matrimoni sotto i diciotto anni sono rari, ma nei miei antenati ne ho trovati due a sedici anni. E, tra il 1753 e il 1850, l’età media della morte - per come emerge dai miei rami familiari - si assesta attorno ai cinquantacinque anni.
Anche i mestieri raccontano un mondo: braccianti, mulattieri, carbonai, calzolai, taglialegna; e per le donne, spesso, filatrici. Mestieri che non erano una “scelta” come oggi, ma una necessità: si faceva quello che il paese chiedeva e quello che la stagione permetteva.
Nel Comune di Sant’Agata del Bianco, agli inizi dell’Ottocento, ho osservato che i matrimoni - fino al 1815 - erano in media tre all’anno: un numero che parla di popolazione scarsa, di famiglie poche, di un paese ancora piccolo. E infatti nel 1742 il parroco Leonardo Alafaci, nel Catasto Onciario di Sant’Agata (volume 6127), attesta la presenza di soli 207 abitanti. In quel periodo i cognomi “residenti” erano pochi e molti erano benestanti; il sindaco di allora era un certo Tripepi. Stesso discorso per i nati: non superavano, in media, quattro o cinque all’anno. Numeri che oggi sembrano impossibili, ma che spiegano bene la fragilità di quel tempo.
Dal 1850 in poi, invece, si nota un aumento di nascite e matrimoni. Tra il 1800 e il 1830, però, mancano nei registri diversi cognomi che oggi sembrano “di casa” (Zoccoli, Germanò, Bagnato, Scarfone), che cominciano a comparire con regolarità proprio dopo la metà dell’Ottocento. È in questo intreccio che posso indicare, con dati d’atto, alcune unioni fondamentali: Zoccoli Giorgio sposa Scarfone Giulia Teresa; Zoccoli Carmine sposa Scarfone Filomena; Germanò Francescantonio sposa Anna Maria Scarfone, padre e madre di mia nonna. Tre sorelle Scarfone, tre strade che si incrociano nello stesso ceppo: Giulia Teresa, Anna Maria, Filomena. È così che un cognome, a volte, non si perde: si nasconde nei legami.
Prima di addentrarmi nell’albero, però, voglio lasciare una domanda a chi legge, sia che porti il cognome Zoccali, sia che porti Zoccoli.
«Che fine ha fatto il cognome ZOCCALLI di Santo Stefano?»
Nel libro di Morselli, E. e De Sanctis, S. (1903), Biografia di un bandito, si legge “Zoccoli Vincenzo”; negli atti di processo ricorre spesso la grafia Zoccoli. E allora mi chiedo: perché, nei vari Comuni, gli ufficiali d’anagrafe hanno trasformato Zoccalli in Zoccali o in Zoccoli? Perché chi doveva trascrivere e controllare ha disatteso il proprio ruolo, creando un’enorme confusione?
Ho notato che dal 1870 il cognome Zoccalli comincia a scomparire. In alcuni atti, a margine della nascita, l’annotazione dell’atto di morte avvalora la mia tesi: quando la morte avviene in altri Comuni - e spesso a Reggio Calabria - il cognome riportato risulta diverso. A Reggio Calabria, dal 1809 al 1815, ho trovato solo tre nascite con cognome Zoccali (Paolo e Lorenzo, fratelli, figli di Domenico, possidente, e di Francesca Geraci; e Giuseppe, figlio di Giovanni e di Giovanna Squillace): sono le uniche tre, su una media di circa cinquecento nati all’anno. Questo dato, per me, dice una cosa semplice: la grafia “Zoccali” non nasce lì come cognome forte e diffuso; compare raramente e, proprio per questo, le trasformazioni successive fanno più rumore.
Questo libro nasce per provare a rimettere ordine: tenere insieme la voce del paese e la traccia dei registri. Per questo, nel Capitolo III, ho voluto inserire anche un documento di Saverio Strati, difficile da reperire, perché a volte la pagina di uno scrittore illumina ciò che le carte non dicono: la fatica, il mestiere, la vita quotidiana che sta dietro un nome e una data.
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