
Bosco, carbone e lavoro
Mio padre, Michele Zoccoli, era uomo di montagna in due modi, come se avesse due stagioni nello stesso petto. Da una parte era capo squadra addetto al rimboschimento nel Corpo Forestale dello Stato: un lavoro a periodi, fatto di organizzazione, disciplina, presenza sul territorio. Dall’altra—quando quel servizio non c’era—tornava al mestiere antico della famiglia: taglio di bosco e carbone, la fatica piena, la più dura e la più vera, quella che non si racconta con le parole ma con l’odore addosso.5
Nel rimboschimento lo vedevo diverso: non meno uomo, ma più “capo”. La squadra si muoveva come un corpo solo: uomini distanziati, file che salivano lente sui pendii, il ritmo dei ferri nella terra. Si aprivano piccoli solchi, si liberava la zolla dalle pietre, si faceva spazio a una piantina come si fa spazio a una speranza. Mio padre controllava senza gridare: un gesto del mento bastava a raddrizzare una fila, un’occhiata metteva ordine nel disordine.
Ricordo le partenze. Partiva per la montagna con la sua cavalla bianca. La meta la chiamava «Ariusu»: un nome che, per me bambino, aveva il suono della distanza, di un posto dove il tempo cambia passo. E non era raro che restasse su anche una settimana intera, perché certi lavori non si “finiscono”: si tengono d’occhio, si portano a compimento con pazienza e vigilanza.6
Ariusu, nella mia memoria, è un luogo fatto di sensazioni più che di misure: vento che pulisce il respiro, silenzio che pesa, e notti che sembrano più lunghe della pianura. Là i rumori sono pochi e chiari: un ramo che si spezza, un ferro che batte, il passo dell’animale che cerca terreno. E quando la luce si alza, non arriva di colpo: viene su piano, come se anche il giorno dovesse conquistarsi il posto.
Il carbone non è solo forza: è soprattutto misura. È legna scelta e preparata, è combustione lenta che deve restare “giusta”, senza diventare fiamma che divora e lascia soltanto cenere. È un mestiere che obbliga alla presenza continua: si guarda il fumo, si ascolta il crepitio, si interviene quando serve.
E in questa Calabria del bosco—dove carbone e legna hanno significato per decenni sopravvivenza—mi ha colpito sapere che anche la parola scritta, un giorno, entrò in casa nostra. Per come mi è stato raccontato e per come l’ho fissato nella memoria, il reportage di Saverio Strati, «Carbonai di Calabria», pubblicato su Le Vie d’Italia (settembre 1961), nacque anche da un’intervista fatta a mio padre nell’estate di quell’anno, nella casa di sua sorella, chiamata «Cola».7
Poi arrivava il ritorno. Me lo ricordo come una scena breve e nitida: il tintinnio dei finimenti prima ancora di vederlo; la cavalla bianca che appare alla curva con la polvere sulle gambe; mio padre che scende senza fretta, come se avesse ancora addosso la misura della montagna. Diceva poco. Ma bastava un gesto—una carezza all’animale, la mano che si aggiusta la cintura, lo sguardo che entra in casa—per capire che si era portato dietro una settimana intera di bosco.
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